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domenica 21 febbraio 2010

Un punto dell'economia: la corruzione

Video e testo sono stati prelevati dal blog dell'Italia dei Valori http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/... - articolo di Sandro Trento


Autore Sandro TrentoSandro Trento

Abbiamo scoperto che dopo 18 anni siamo di nuovo dentro una grande Tangentopoli. Abbiamo scoperto fenomeni di corruzione diffusa in molti settori, un fondo gelatinoso di personaggi avidi e senza scrupoli pronti alla corruzione, e abbiamo scoperto un grande giro di appalti inquinati da tangenti. Siamo di nuovo in un Paese in mano ai corruttori e ai corrotti.

Transparency International, un istituzione internazionale che fa periodicamente delle classifiche dei Paesi in base alla percezione che hanno gli investitori sulla corruzione, colloca tra i Paesi meno corrotti la Danimarca, la Svezia, la Germania e la Francia. L'Italia è al 63° posto, dietro la Turchia, Taiwan e l'Uruguay .

La corruzione è un fatto molto grave per ragioni etiche, ovviamente, e per ragioni politiche, perché molti politici si arricchiscono tramite la corruzione, finanziano la propria campagna con i proventi delle bustarelle e ostacolano il ricambio generazionale della classe dirigente. E' difficile diventare dirigenti politici se sono presenti personaggi che hanno a disposizione molte risorse di provenienza criminale. Oltre alle ragioni etiche e politiche ci sono le ragioni economiche per le quali la corruzione è un fenomeno molto grave.

La corruzione falsifica le regole del mercato, non è più il più efficiente e colui che ha più merito a vincere gli appalti e le commesse pubbliche, ma quelle imprese e quelle società che pagano le tangenti e corrompono i politici. Questo si applica a tanti settori, come i posti di lavoro nei concorsi pubblici, l'assegnazione delle case popolari, le licenze commerciali e altro ancora. Chi corrompe rischia di passare davanti a chi ha diritto e merito, creando una rottura delle regole di mercato e della meritocrazia.

C'è un problema relativo allo spreco delle risorse pubbliche. Il costo della tangente viene spesso trasferito sui conti pubblici: gli appalti costeranno di più per incorporare anche i costi della tangente. La qualità degli edifici, delle strade e degli aeroporti che vengono costruiti a seguito di tangenti è spesso più scadente rispetto a infrastrutture che non sono state macchiate dalla corruzione. C'è un rischio che le imprese migliori, escluse sistematicamente dalle commesse pubbliche, rischiano di fallire.

La percezione di una corruzione diffusa scoraggia gli investitori stranieri. Le imprese straniere, che devono decidere in quale Paese investire per aprire nuovi impianti per dare nuovi posti di lavoro, si terranno alla larga da un Paese come l'Italia che viene generalmente come un Paese corrotto, dove gli amministratori locali e nazionali chiedono delle tangenti per dare le licenze per aprire gli stabilimenti.

La questione morale è una questione centrale in questo momento, per ragioni politiche e di sviluppo economico. E' importante porre come discrimine, nella campagna elettorale di queste settimane, il discrimine dell'onestà. E' indispensabile che si faccia una lotta senza timore a quei partiti e a quelle organizzazioni che candidano personaggi corrotti.

Va ricordato che molte delle politiche messe in atto dal governo Berlusconi non fanno altro che incoraggiare comportamenti non onesti, come lo scudo fiscale che ha consentito ,con il pagamento di una piccola somma, di riportare in Italia soldi, anche portati all'estero illecitamente. In questa maniera il messaggio che viene mandato ai corrotti e corruttori è che non bisogna preoccuparsi, perché ogni tanto ci sarà il provvedimento di un governo che perdonerà tutto.

Quello che noi riteniamo è che parlare oggi di lotta alla corruzione non è soltanto una questione da “moralisti”, ma è una questione rilevante per ragioni di sviluppo economico e di correttezza politica.

Video e testo sono stati prelevati dal blog dell'Italia dei Valori http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/... - articolo di Sandro Trento

mercoledì 17 febbraio 2010

Un punto dell'economia: la presenza della politica

Video e testo sono stati prelevati dal blog dell'Italia dei Valori http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/... - articolo di Sandro Trento


Autore Sandro TrentoSandro Trento

Leggendo i giornali scopriamo che prima la Grecia e ora la Spagna stanno entrando nel mirino dei grandi investitori internazionali.
I grandi investitori americani parlano di PIGS, "porci" in inglese ma anche "Portogallo – Italia – Grecia – Spagna". Di fronte a questi eventi, di fronte al rischio di una crisi finanziaria molto rilevante che possa colpire Paesi a noi vicini, la Grecia e la Spagna, abbiamo il paradosso di un Paese che ha bloccato per settimane intere risorse del Parlamento per discutere di questioni che non hanno nulla a che vedere con l'emergenza economica, ma di leggi che interessano al Presidente del Consiglio.
Nella mozione presentata dal Presidente Antonio di Pietro al Congresso nazionale è presente un affermazione che potrebbe sembrare paradossale: “il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi”. Qualcuno direbbe che Berlusconi è il difensore del mercato in questo Paese, ma è un equivoco pensare che il centrodestra sia il partito che difende il mercato e la concorrenza. In queste settimane sono usciti dei volumi molto interessanti sul ministro Tremonti, da cui si scopre come il ministro possiede una cultura anti mercato, contro la globalizzazione, contro l'apertura internazionale, contro la Cina, contro la concorrenza, è un nostalgico della proprietà pubblica, affermando che si stava meglio quando c'era l'IRI, ed è un nostalgico delle banche pubbliche (guarda caso fu una banca pubblica, la BNL a guida socialista, la prima banca che finanziò Berlusconi nella costruzione di Milano 2).
Il paradosso italiano è che le forze di centrodestra, che apparentemente dovrebbero richiamarsi ai principi del mercato e della concorrenza, hanno un impostazione culturale di stampo statalista, dove si rivendica maggior intervento pubblico, contrastando la concorrenza e l'apertura dei mercati. A questo si associano altri elementi preoccupanti, come lo scarso rispetto di una democrazia costituzionale. L'idea che l'unica fonte di legittimazione sia il voto popolare, e quindi accusare una serie di organismi intermedi, come la magistratura, la Corte costituzionale e le autorità di vigilanza, di non essere legittimati è un concetto del tutto assente dalla tradizione liberale e democratico liberale occidentale.
Un altro elemento preoccupante riguarda il principio della laicità dello Stato. In questo momento siamo di fatto l'unica forza del Parlamento che fa della laicità dello Stato un cardine fondamentale del proprio programma di governo. E' a rischio la libertà religiosa, qualcuno vorrebbe un Paese diviso tra due, tre fondamentalismi che si scannino l'uno con l'altro, si è impedito di fare ricerca con le cellule staminali, precludendo possibilità di innovazione tecnologica, e si intende impedire alle persone di scegliere la propria sorte nei momenti terminali della propria vita.
Il principio di rispetto delle regole costituzionali, il principio di laicità e il principio di centralità del mercato sono tre elementi che fanno della destra italiana un anomalia nel panorama internazionale, europeo e occidentale.
Affermare che il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi significa che in questo momento, in Italia, si devono rivedere una serie di norme e regole di comportamento individuale. Molte delle nozioni tradizionali della sinistra italiana ed europea non sono più utilizzabili per affrontare la crisi in cui versa l'Europa e l'Italia in particolare.
Penso alla questione della proprietà pubblica, che nella storia recente italiana è stata fonte di corruzione e di inefficienza. Pensate alle vicende dell'Enimont, alle vicende dell'Eni, e pensate a quanto è costato e continua a costare all'Italia la liquidazione dell'IRI. Salto sulla sedia quando sento che uno dei leader del principale sindacato italiano invoca la nazionalizzazione di fronte alla crisi dell'Alcoa. Abbiamo già dato, questo tipo di soluzioni non funzionano, non è questa la strada per far fronte alla crisi economica. La proprietà pubblica è fonte di corruzione, di inefficienza, di sperpero di denaro pubblico. La domanda è: come possiamo trovare nuovi acquirenti alle imprese in difficoltà? Il punto da cui partire è: come mai in Italia attiriamo pochi investitori internazionali? Come mai i grandi investitori internazionali non scelgono il nostro Paese per fare degli investimenti? Non credo ci sia un problema di colonizzazione, ne vorremo molti di più, la Germania e la Francia intercettano una quota molto rilevante di investimenti internazionali, e le ragioni per cui questi non investono i loro soldi in Italia sono le stesse per cui il nostro Paese è in crisi: la mancanza di infrastrutture, gli eccessivi dei tempi della giustizia, le inefficienze della burocrazia pubblica, l'eccessivo costo delle materie prime come l'energia, la scarsità di una forza lavoro qualificata, la scarsa qualità della nostra istruzione, e cosi via. Questi fattori fanno si che il nostro Paese, nel confronto con gli altri, venga scartato al momento di decidere dove investire le proprie risorse. Una moderna politica industriale incide su questi fattori, modificando la convenienza relativa di fare impresa in Italia o in un altro Paese.
Un altro punto importante da tenere in considerazione è la spesa pubblica, altra battaglia tradizionale della sinistra europea. Possiamo dire che la spesa pubblica non è la soluzione per affrontare e risolvere i problemi dell'economia italiana. Una delle ragioni è l'elevatissimo debito pubblico e il fatto che molte delle riforme e delle azioni che vi sto elencando non richiedono interventi di spesa pubblica. Questa rivoluzione liberale, che ritengo dovrebbe essere il cuore della nostra azione riformatrice, è rivolta essenzialmente a modificare una serie di regole e di comportamenti, che fanno riferimenti agli individui in tutte le loro accezioni.
Un altro elemento importante è il fatto che siamo un Paese nel quale la presenza della politica è troppo pesante nell'economia e nella società. Siamo un Paese nel quale gli imprenditori, per decidere gli investimenti che devono fare, si recano a Palazzo Chigi e ad intervistare politici prima di prendere una decisione. Pensate alle vicende delle scalate Telecom, pensate alle vicende Unipol e alle vicende Alitalia. Questa commistione tra politica ed economia è una commistione malata, una commistione che va rotta. Una rivoluzione liberale introduce il mercato come strumento di disciplina e di crescita economica, non la politica e Palazzo Chigi. Gli imprenditori, in un Paese normale, decidono i loro investimenti a prescindere da quello che decide Palazzo Chigi.
Questo “eccesso di politica” fa riferimento anche a un nodo fondamentale nel funzionamento di un economia di mercato: l'informazione. Siamo uno dei pochi Paesi nei quali gran parte dell'informazione non sono indipendenti. Non parlo solo della televisione, ma anche della stampa, e lo viviamo sulla nostra pelle: come partito pubblichiamo programmi, facciamo interventi, stiliamo documenti, che vengono sistematicamente ignorati dalla stampa nazionale. Perché? Perché anche in questo caso c'è una commistione tra blocchi di potere e proprietà dei mezzi pubblici. Sarebbe necessaria una legge di separazione tra editoria, politica e potere economico.javascript:void(0)
Essere liberali non vuol dire voler smantellare lo Stato. In questo momento lo Stato italiano è troppo debole di fronte alle lobby economiche e troppo debole di fronte agli interessi privati. Siamo liberali e vogliamo uno Stato forte, che sia in grado di fare le funzioni che gli competono.

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domenica 14 febbraio 2010

Un punto dell'economia: la presenza della politica

Video e testo sono stati prelevati dal blog dell'Italia dei Valori http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/... - articolo di Sandro Trento


Autore Sandro TrentoSandro Trento

Leggendo i giornali scopriamo che prima la Grecia e ora la Spagna stanno entrando nel mirino dei grandi investitori internazionali.
I grandi investitori americani parlano di PIGS, "porci" in inglese ma anche "Portogallo – Italia – Grecia – Spagna". Di fronte a questi eventi, di fronte al rischio di una crisi finanziaria molto rilevante che possa colpire Paesi a noi vicini, la Grecia e la Spagna, abbiamo il paradosso di un Paese che ha bloccato per settimane intere risorse del Parlamento per discutere di questioni che non hanno nulla a che vedere con l'emergenza economica, ma di leggi che interessano al Presidente del Consiglio.
Nella mozione presentata dal Presidente Antonio di Pietro al Congresso nazionale è presente un affermazione che potrebbe sembrare paradossale: “il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi”. Qualcuno direbbe che Berlusconi è il difensore del mercato in questo Paese, ma è un equivoco pensare che il centrodestra sia il partito che difende il mercato e la concorrenza. In queste settimane sono usciti dei volumi molto interessanti sul ministro Tremonti, da cui si scopre come il ministro possiede una cultura anti mercato, contro la globalizzazione, contro l'apertura internazionale, contro la Cina, contro la concorrenza, è un nostalgico della proprietà pubblica, affermando che si stava meglio quando c'era l'IRI, ed è un nostalgico delle banche pubbliche (guarda caso fu una banca pubblica, la BNL a guida socialista, la prima banca che finanziò Berlusconi nella costruzione di Milano 2).
Il paradosso italiano è che le forze di centrodestra, che apparentemente dovrebbero richiamarsi ai principi del mercato e della concorrenza, hanno un impostazione culturale di stampo statalista, dove si rivendica maggior intervento pubblico, contrastando la concorrenza e l'apertura dei mercati. A questo si associano altri elementi preoccupanti, come lo scarso rispetto di una democrazia costituzionale. L'idea che l'unica fonte di legittimazione sia il voto popolare, e quindi accusare una serie di organismi intermedi, come la magistratura, la Corte costituzionale e le autorità di vigilanza, di non essere legittimati è un concetto del tutto assente dalla tradizione liberale e democratico liberale occidentale.
Un altro elemento preoccupante riguarda il principio della laicità dello Stato. In questo momento siamo di fatto l'unica forza del Parlamento che fa della laicità dello Stato un cardine fondamentale del proprio programma di governo. E' a rischio la libertà religiosa, qualcuno vorrebbe un Paese diviso tra due, tre fondamentalismi che si scannino l'uno con l'altro, si è impedito di fare ricerca con le cellule staminali, precludendo possibilità di innovazione tecnologica, e si intende impedire alle persone di scegliere la propria sorte nei momenti terminali della propria vita.
Il principio di rispetto delle regole costituzionali, il principio di laicità e il principio di centralità del mercato sono tre elementi che fanno della destra italiana un anomalia nel panorama internazionale, europeo e occidentale.
Affermare che il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi significa che in questo momento, in Italia, si devono rivedere una serie di norme e regole di comportamento individuale. Molte delle nozioni tradizionali della sinistra italiana ed europea non sono più utilizzabili per affrontare la crisi in cui versa l'Europa e l'Italia in particolare.
Penso alla questione della proprietà pubblica, che nella storia recente italiana è stata fonte di corruzione e di inefficienza. Pensate alle vicende dell'Enimont, alle vicende dell'Eni, e pensate a quanto è costato e continua a costare all'Italia la liquidazione dell'IRI. Salto sulla sedia quando sento che uno dei leader del principale sindacato italiano invoca la nazionalizzazione di fronte alla crisi dell'Alcoa. Abbiamo già dato, questo tipo di soluzioni non funzionano, non è questa la strada per far fronte alla crisi economica. La proprietà pubblica è fonte di corruzione, di inefficienza, di sperpero di denaro pubblico. La domanda è: come possiamo trovare nuovi acquirenti alle imprese in difficoltà? Il punto da cui partire è: come mai in Italia attiriamo pochi investitori internazionali? Come mai i grandi investitori internazionali non scelgono il nostro Paese per fare degli investimenti? Non credo ci sia un problema di colonizzazione, ne vorremo molti di più, la Germania e la Francia intercettano una quota molto rilevante di investimenti internazionali, e le ragioni per cui questi non investono i loro soldi in Italia sono le stesse per cui il nostro Paese è in crisi: la mancanza di infrastrutture, gli eccessivi dei tempi della giustizia, le inefficienze della burocrazia pubblica, l'eccessivo costo delle materie prime come l'energia, la scarsità di una forza lavoro qualificata, la scarsa qualità della nostra istruzione, e cosi via. Questi fattori fanno si che il nostro Paese, nel confronto con gli altri, venga scartato al momento di decidere dove investire le proprie risorse. Una moderna politica industriale incide su questi fattori, modificando la convenienza relativa di fare impresa in Italia o in un altro Paese.
Un altro punto importante da tenere in considerazione è la spesa pubblica, altra battaglia tradizionale della sinistra europea. Possiamo dire che la spesa pubblica non è la soluzione per affrontare e risolvere i problemi dell'economia italiana. Una delle ragioni è l'elevatissimo debito pubblico e il fatto che molte delle riforme e delle azioni che vi sto elencando non richiedono interventi di spesa pubblica. Questa rivoluzione liberale, che ritengo dovrebbe essere il cuore della nostra azione riformatrice, è rivolta essenzialmente a modificare una serie di regole e di comportamenti, che fanno riferimenti agli individui in tutte le loro accezioni.
Un altro elemento importante è il fatto che siamo un Paese nel quale la presenza della politica è troppo pesante nell'economia e nella società. Siamo un Paese nel quale gli imprenditori, per decidere gli investimenti che devono fare, si recano a Palazzo Chigi e ad intervistare politici prima di prendere una decisione. Pensate alle vicende delle scalate Telecom, pensate alle vicende Unipol e alle vicende Alitalia. Questa commistione tra politica ed economia è una commistione malata, una commistione che va rotta. Una rivoluzione liberale introduce il mercato come strumento di disciplina e di crescita economica, non la politica e Palazzo Chigi. Gli imprenditori, in un Paese normale, decidono i loro investimenti a prescindere da quello che decide Palazzo Chigi.
Questo “eccesso di politica” fa riferimento anche a un nodo fondamentale nel funzionamento di un economia di mercato: l'informazione. Siamo uno dei pochi Paesi nei quali gran parte dell'informazione non sono indipendenti. Non parlo solo della televisione, ma anche della stampa, e lo viviamo sulla nostra pelle: come partito pubblichiamo programmi, facciamo interventi, stiliamo documenti, che vengono sistematicamente ignorati dalla stampa nazionale. Perché? Perché anche in questo caso c'è una commistione tra blocchi di potere e proprietà dei mezzi pubblici. Sarebbe necessaria una legge di separazione tra editoria, politica e potere economico.
Essere liberali non vuol dire voler smantellare lo Stato. In questo momento lo Stato italiano è troppo debole di fronte alle lobby economiche e troppo debole di fronte agli interessi privati. Siamo liberali e vogliamo uno Stato forte, che sia in grado di fare le funzioni che gli competono.

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domenica 24 gennaio 2010

Un punto dell'economia: i danni del processo breve

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Autore Sandro TrentoSandro Trento
Il governo ha deciso di procedere all'approvazione di una legge che comporterà la cessazione di tutti i processi che siano durati più di due anni. Un processo estinto attraverso una legge di questo tipo non potrà più essere ripetuto. L'imputato che beneficierà dell'estinzione del processo si troverà in una situazione fortunata, risolvendo tutti i suoi problemi con la giustizia. Si tratta di un provvedimento molto grave, senza precedenti nella storia repubblicana: il governo, di fatto, utilizza il potere legislativo per contrastare il potere giudiziario, usando una legge parlamentare per impedire alla magistratura di andare avanti con i processi.

In Italia c'è un problema riguardante i tempi della giustizia. La durata media dei processi, per causa di lavoro, è pari a 700 giorni, mentre in Francia, sempre per una causa di lavoro, ci vogliono soltanto 350 giorni, nei Paesi bassi 265. Per un recupero crediti in Italia ci vogliono in media 1210 giorni, in Francia 331.

I tempi lunghi della giustizia sono un problema per tutti i cittadini e sono legati alla bassa produttività dei tribunali e all'eccessiva complicazione delle procedure. Ma questi tempi lunghi della giustizia danno vita ad una spirale viziosa: l'incertezza dei tempi con cui la giustizia giunge ad una decisione incentiva l'illegalità, e finiscono per aggravare ulteriormente il carico di lavoro dei tribunali.

E' importante e necessario affrontare il tema dei tempi della giustizia, ma questo provvedimento del governo non ha l'obiettivo di accelerare per tutti i cittadini i tempi della giustizia, ma di difendere gli interessi di una persona in particolare: Silvio Berlusconi, che risolverebbe gran parte dei suoi problemi giudiziari, mentre tutti i problemi dei tempi della giustizia rimangono, perché non si va ad incidere sulle procedure, non si migliora l'efficienza dei tribunali, non si assumono nuovi magistrati e non si realizzano investimenti informatici per consentire processi telematici.

Quello che succederà, con questo provvedimento, sarà che ogni giudice dovrà decidere se concentrare la propria azione giudiziaria e il proprio tempo solo su quei provvedimenti che possono essere chiusi nell'arco dei due anni, altrimenti avrà sprecato il suo tempo. La prima questione che sorge è quella dell'obbligatorietà dell'azione penale, che a questo punto andrà a “farsi friggere” perché i giudici dovranno decidere ogni volta se vale la pena avviare un provvedimento giudiziario o meno. Si creerà un forte incentivo da parte della parte accusata a ritardare le cause sperando di far decadere l'azione penale.

Di fatto, viene meno la certezza dell'azione penale, uno dei cardini dell'economia e del mercato. In tutte le situazioni nelle quali le imprese e i cittadini rischieranno di essere truffati, ingannati e di subire un torto, non potrebbero veder mai prevalere il loro punto di vista. Pensiamo al caso Parmalat e al caso Cirio, tutte azioni che hanno richiesto più di due anni da parte dei cittadini per far rispettare i propri diritti e che, una volta entrata in vigore questa legge, verranno meno. Pensate all'azione penale in corso per le scalate bancarie contro l'ex governatore della Banca d'Italia Fazio, anche in questo caso verrebbe meno perché sono passati più di due anni.
Questo è un provvedimento che rischia di ridurre l'attrattività dell'economia italiana per gli investitori stranieri, che ci vedranno come un Paese dove non c'è la certezza del diritto, e rischia di mettere a repentaglio i diritti dei piccoli risparmiatori, dei cittadini, che non potrebbero far rispettare le proprie posizioni.

Un provvedimento che non è nell'interesse del Paese, ma nell'interesse personale di una singola persona, un provvedimento molto grave al quale dobbiamo opporci.

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domenica 10 gennaio 2010

Un punto dell'economia: il punto sul 2009

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Autore Sandro Trento
Sandro Trento
Il 2009 è stato per l'economia italiana, e non solo, l'anno peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. Il Prodotto interno lordo è diminuito del 5%, a novembre il tasso di disoccupazione ha raggiunto l'8,3%, il dato più alto da aprile 2004. Il tasso di occupazione è sceso al 57% e il numero di persone senza lavoro ha superato la quota dei due milioni, per la prima volta dal 2004. In un anno la disoccupazione è cresciuta del 18%, si tratta di 313 mila persone in più senza lavoro rispetto all'anno precedente. La cassa integrazione guadagni è quadruplicata nel 2009, un anno orribile per l'economia italiana.

La cosa più preoccupante è che questo anno terribile, legato alla crisi internazionale, si inserisce in realtà in un andamento molto preoccupante che l'economia italiana sperimenta da tanti anni. L'Italia si sta impoverendo
capite medio dell'Unione europea, a 27 paesi, scopriamo che nel 2001 il Pil pro capite italiano era 100,17, cioè eravamo più ricchi rispetto alla media. Nel 2006 eravamo scesi al 100,3 e nel 2008 siamo scesi al 99,5, ossia siamo più poveri rispetto alla media dei Paesi europei. Nel 2009 il Pil pro capite italiano è sceso ulteriormente al 98,8.

Stiamo diventando progressivamente più poveri rispetto al resto dell'Europa. Varie ricerche dimostrano che da oltre 20 anni siamo uno dei paesi avanzati dove più forti sono le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza, e siamo uno dei paesi nel quale è maggiormente presente la povertà. Questa diseguaglianza crescente dell'Italia tende a persistere da una generazione all'altra, facendo in modo che il destino dei figli sia in gran parte dipendente dal destino dei genitori. In altre parole, si è fermato il meccanismo della mobilità sociale: i poveri tendono a restare poveri e i ricchi tendono a restare ricchi, e la distanza tra i due è sempre più marcata.

A fronte di una crisi cosi grande come quella del 2009, la peggiore del dopoguerra, e di una situazione economica più preoccupanti in Italia, il governo Berlusconi è rimasto sostanzialmente fermo. La manovra di bilancio dello scorso anno è stata molto limitata, una delle manovre più timide tra i paesi avanzati colpiti dalla crisi economica.
Nonostante siamo stati tra i paesi in difficoltà, il governo Berlusconi non ha messo una manovra adeguata per far fronte alla crisi, e questo spiega perché va male l'occupazione, aumentano i disoccupati e c'è un insicurezza crescente tra i lavoratori e i giovani, che sono tra le categorie più colpite perché usufruiscono di minori tutele rispetto alle generazioni più anziane.

Il paradosso italiano è che nonostante la manovra di bilancio fosse molto limitata il debito pubblico italiano è cresciuto di 10 punti percentuali dal 2008 al 2009, questo perché la spesa corrente dello Stato italiano è continuata a crescere. Il governo non è stato virtuoso, non ha rinunciato a fare una manovra di sviluppo per concentrarsi sul risanamento dei conti pubblici.
Non solo la politica fiscale non è stata adeguata alla crisi che sperimentavamo, ma non è stato fatto nulla negli altri campi: non si è parlato di riforme strutturali, non si è fatto alcun intervento che consentisse all'economia italiana che consentisse all'economia italiana di affrontare la situazione post crisi in una situazione migliore.

In queste settimane si sente parlare della necessità di fare riforme, ma il nostro timore è che le riforme che interessino al governo siano quelle che interessano la persona del Capo del governo, cioè le riforme della giustizia e non quella del benessere dei cittadini.
Noi pensiamo che sarebbe stato necessario avere il coraggio di affrontare già nel 2009, nel pieno della crisi, alcune questioni fondamentali. La prima è quella della riforma degli ammortizzatori sociali, era il momento di porre mano ad un sistema che potesse tutelare tutti i lavoratori, a prescindere dall'età, dal settore di impiego e dalla dimensione dell'impresa, per poter affrontare le situazioni di mancanza di lavoro con degli ammortizzatori sociali di carattere universale. Questa era una delle emergenze da affrontare.

Un altra questione importante è quella di ragionare fin da ora sulla necessità di una riduzione della spesa pubblica corrente. Bisognava mettere in cantiere delle riforme che incidessero sulla spesa pubblica corrente e abbassare le tasse, sia sul lavoro che sulle imprese.
Come terzo elemento, che noi pensiamo sia importante, bisogna riaprire una stagione di liberalizzazioni. Tornare ad aprire i settori chiusi alla concorrenza, per permettere ai giovani che vogliono aprire un'attività senza troppi ostacoli. La concorrenza è uno dei meccanismo che può consentire all'Italia di ritornare a crescere.

Se fossimo al governo faremo almeno queste tre cose per consentire al Paese di tornare a crescere. Dubitiamo che il governo Berlusconi abbia intenzione di porre mano a questo tipo di riforme.

Video e testo sono stati prelevati dal blog dell'Italia dei Valori http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/... - articolo di Sandro Trento