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domenica 28 febbraio 2010

Vox populi. Ghedini e il suo impedimento legittimo... un cazzo!




Cosa sarà mai legittimo, l'impedimento del premier o la voce del popolo, impedito nelle sue rivendicazioni dall'informazione di regime?... I nostri mafio-parla(ele)mentari credono ancora di poter trovare rifugio in leggi e leggine ad personam... Parlano di riforme per i Paese, di Patria... ma ...

            [...] Non vedete che tutta si scote,
             Dal Cenisio alla balza di Scilla?
             Non sentite che infida vacilla
             Sotto il peso de’ barbari piè?

             O stranieri! sui vostri stendardi
             Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
             Un giudizio da voi proferito
             V’accompagna a l’iniqua tenzon [...]

Se dovessi definirli con una sola parola questi nostri governanti autocratici, sì, utilizzerei proprio la parola stranieri.

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martedì 9 febbraio 2010

Trattativa tra Mafia e Stato. Si vuole delegittimare il governo Berlusconi




L'Agenzia AGI (Roma, 8 febbraio) riporta Mafia: Ghedini, Ciancimino? Si vuole delegittimare governo...
"Sembra che si voglia delegittimare proprio il governo Berlusconi che sta conducendo la più severa e forte offensiva del dopo guerra contro la mafia. Ciancimino dovrà rispondere di fronte all'autorità giudiziaria anche di tali diffamatorie dichiarazioni. Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino non sono soltanto destituite di ogni fondamento, ma sono anche totalmente inverosimili e prive di ogni dignità logica. Spiace che qualcuno possa dare anche un minimo credito a prospettazioni che la storia di Forza Italia e del presidente Berlusconi hanno dimostrato concretamente e con atti di governo essere completamente inesistenti".
Curiosa la filosofia di questo governo e dei suoi ministeriali menestrelli e menefreghisti parla(ele)mentari. La lotta alla mafia la conducono i magistrati, mentre il governo si limita, in primis il premier, ad accanirsi contro di loro, definendoli plotone d'esecuzione, fannulloni, comunisti, disturbati mentali, ecc... e chi più ne ha più ne metta. Vogliamo mettere anche in che condizioni versano le procure, prive di personale e mezzi necessari, oberate dal lavoro. Cosa fa il caro governuccio? Fa la lotta alla mafia? E come?... Non mi sembra di aver visto Berlusconi in prima linea nella lotta contro la mafia, né si sono visti allo stesso modo i suoi ministretti (Brunetta, Ghedini, Alfano, ...). la capacità di Berlusconi la si è vista nei voli di Stato insieme ad Apicella e alle sue escort, la si è vista a Villa Certosa, la si è vista a Palazzo Grazioli... Come se non bastasse c'è anche il ricatto tramite i DDL del Processo Breve o quello del Valentino sui pentiti... Se la magistratura continua ad avere successi nella lotta alla mafia, non è certo a causa degli impedimenti (legittimi e illegittimi) che questo governo infrappone. Per la Giustizia non ha fatto altro che leggi e leggine su misura, preconfezionate, per l'uomo più uguale degli altri e per i suoi scagnozzi. O forse è lo stesso Ghedini che ha ottenuto risultati positivi in questa lotta, lavorando di notte, travestito da giustiziere o da uomo mascherato, insieme a Brunetta e ad Angelino Alfano?... Non si fa altro che insultare, deteriorare e criminalizare la magistratura e poi gli spudorati, con tanto di faccia bronzea rifatta, ci vengono a dire che hanno fatto un ottimo lavoro contro la mafia, quando invece di fatto non fanno altro che favorirla. È falso e oltraggioso dire che "il governo Berlusconi sta conducendo la più severa e forte offensiva del dopo guerra contro la mafia". La spiegazione reale e di certo meno fantasiosa di quella surreale fornita da Ghedini è che la magistratura e le forze di polizia hanno ottenuto dei risultati nonostante gli intralci e il menefreghismo da parte di questo governo. In questo caso sarebbe veramente da delegittimare.

Mavalà Ghedini, apra bene le orecchie e ascolta: "Te ci'hanno mai mannato a quel paese?..."

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giovedì 4 febbraio 2010

Silvio, rimembri ancora quel tempo...




RIDONO DI NOI...

DAILY TELEGRAPH

Gli investimenti mafiosi diedero a Silvio Berlusconi la sua grande opportunità

La Mafia investì pesantemente nell'edilizia dei quartieri popolari degli anni '70 fornendo a Silvio Berlusconi la sua grande opportunità nel mondo degli affari, come riferito in una udienza di un tribunale italiano.


Articolo originale Mafia investment 'gave Silvio Berlusconi his big break' di Nick Squires, Roma, 03 febbraio 2010 (tadotto da Carlo Giordano)


L'accusa che Cosa Nostra Siciliana aiutasse a finanziare il progetto venne fatta in un tribunale di Palermo da Massimo Ciancimino, figlio di un esponente mafioso il quale era vicino al capo al "boss dei boss" della mafia siciliana, Bernardo Provenzano.

Egli ha dichiarato in tribunale che suo padre, Vito Ciancimino, insieme a due mafiosi collegati all'industria edilizia, investivano il "denaro sporco" tramite società di copertura nelle proprietà immobiliari in pieno sviluppo nella periferia di Milano.

Cè stata un'intensa speculazione su come Berlusconi, che proveniva da una modesta famiglia della media borghesia, avesse trovato il capitale per finanziare la costruzione dell'ambizioso complesso residenziale, noto come Milano 2, il quale includeva laghi, campi da tennis, scuole e negozi.

Massimo Ciancimino riferisce in tribunale: "mio padre diversificò i suoi investimenti onde evitare gli ispettori antimafia. Egli considerava il mega progetto a Milano un po' faraonico e rimaneva esitante, ma poi decise di participarvi attraverso varie società.

L'avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, categoricamente ha negato che il primo ministro italiano abbia mai accettato denaro dalla Mafia, aggiungendo che avrebbe citato in giudizio Massimo Ciancimino per diffamazione.

"Tutti i flussi finanziari verso Milano 2 erano trasparenti e soggetti a esami diverse volte", afferma l'avvocato Ghedini.

I profitti che Berlusconi ricevette da Milano 2 fecero sì che egli diventasse uno degli uomini più ricchi d'Italia.

Ciancimino Junior sta testimoniando nel processo di un alto ufficiale dei carabinieri il quale è accusato di aver dato protezione a Provenzano, aiutandolo ad evitare la sua cattura, cosa che ha destato sospetti durati a lungo riguardo al fatto che lo Stato italiano avesse concluso una "tregua" con la delinquenza organizzzata durata decenni.

Provenzano venne infine trovato e arrestato nell'aprile del 2006 in un rifugio diroccato per pastori nella campagna corleonese, dopo essere stato incredibilmente latitante per 43 anni.

Vito Ciancimino nacque a Corleone, la roccaforte mafiosa nelle zone montuose dell'entroterra siciliano, famosa per i film de Il Padrino.

Articolo originale Mafia investment 'gave Silvio Berlusconi his big break' di Nick Squires, Roma, 03 febbraio 2010 (tadotto da Carlo Giordano)

mercoledì 3 febbraio 2010

L'odore dei soldi di Berlusconi



Io mi chiedo, se la provenienza dei soldi di Berlusconi (tutte quelle holding, fiduciarie, tutti quei prestanome, quei passaggi poco chiari di denaro, ...) all'inizio della sua carriera (e non solo) sono leciti, perché allora evita i processi come la peste? Perché si fa confezionare leggi e leggine su misura? Più di qualche maleintenzionato, che non abbia ancora la testa privatizzata dal suo governo (ladro?) e non ancora formattatta secondo i cannoni delle televisioni di sua proprietà, potrebbe pensar male, visti i trascorsi, i legami con esponenti mafiosi, lazzi e intrallazzi vari, e dire: costui non me la conta giusta... Male non fare Giustizia non temere.

RIDONO DI NOI...

EL PAÍS

La Mafia entró in affari con Berlusconi, secondo un teste

Articolo originale La mafia entró en los negocios de Berlusconi, según un testigo (Articolo di Miguel Mora - Roma - 02/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)

Silvio Berlusconi Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, ha fatto dichiarazioni ieri nell'aula bunker del carcere di Palermo davanti ai giudici che investigano sulla trattativa tra i servizi segreti e la mafia siciliana agli inizi degli anni novanta. Ciancimino assicura che suo padre e altri capi di Cosa Nostra investirono in Milano 2, il progetto immobiliare con il quale il giovane Silvio Berlusconi iniziò la sua carriera di successo negli anni settanta. "Mio padre era in affari con mafiosi di grande capacità imprenditoriale, come Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura" - riferisce [Massimo Ciancimino]. "Insieme investirono denaro in un grande progetto nella periferia di Milano, conosciuta successivamente come che Milano 2".

Il figlio del democristiano corleonese, politico affiliato di Cosa Nostra, spiega che l'informazione l'ebbe direttamente da suo padre (fu il suo segretario personale nel corso degli anni) e attraverso la lettura dei documenti che il politico depositò in diverse casseforti prima di morire nel 2002. La procura di Palermo ha fornito al processo questa documentazione.

Smentita ufficiale

Niccolò Ghedini, avvocado di Berlusconi e parlamentare del Popolo della Libertà, ha emesso una nota nella quale afferma che le dichiarazioni del figlio di Ciancimino sono "completamente carenti di fondamento e di logica" e annuncia una querela per diffamazióone. "Tutto il denaro impiegato nel progetto proveniva da fonti assolutamente lecite", sottolinea Ghedini.

Ciancimino è il teste chiave nel processo aperto contro due ex capi dei servizi segreti, il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di non avere arrestato il capo siciliano Bernardo Provenzano il 31 ottobre del 1995.

Secondo Ciancimino, Provenzano non fu arrestato e rimase libero fino al 2006 perche era protetto dall'accordo raggiunto tra mafia e Stato nel quale aveva fatto da intermediario suo padre. Il teste racconta che lui stesso consegnava i pizzini (messaggi su foglietti) che si scambiavano suo padre e Provenzano, e che il boss venne a visitare numerose volte la sua casa romana quando suo padre si trovava agli arresti domiciliari, tra il 1999 e il 2002.

Secondo Ciancimino, la trattativa tra Stato e Cosa Nostra si prolungó dal maggio del 1992 (data dell'assassinio del giudice Falcone) al gennaio del 1993, poco dopo la cattura di Totò Riina. L'accordo prevedeva la fine dell'ondata di attentati in cambio di benefici per i boss mafiosi.

Articolo originale La mafia entró en los negocios de Berlusconi, según un testigo (Articolo di Miguel Mora - Roma - 02/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)




EL PAÍS

DI TUTTO DI PIU'...

Provenzano consegnò Riina in cambio della sua impunità

Continua la testimonianza del figlio del ex sindaco mafioso di Palermo. - "Dietro agli attentati di Falcone e Borsellino ci fu un 'grande imprenditore (arquitecto)'"
Articolo di Miguel Mora - Roma - 02/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)

Continua nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone di Palermo l'esplosiva dichiarazione giudiziaria di Massimo Ciancimino, figlio minore ed ex segretario personale del defunto sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Dopo le otto ore di interrogatorio del lunedì, il teste, di 47 anni, condannato in primo grado per riciclaggio di una parte dell'eredità di suo padre, ha proseguito raccontando questo martedi fin nei minimi dettagli la storia della mafia siciliana degli ultimi 25 anni.

Il suo racconto ricorda Quei bravi ragazzi, il film di Martin Scorsese. Solo che tratta della vita reale.

I trait d'union delle rivelazioni di Ciancimino, alla cui testimonianza i giudici conferiscono massima credibilità per la sua vicinanza ai personaggi e ai fatti, è la trattativa aperta tra parte dello Stato italiano e Cosa Nostra nel maggio del 1992, dopo l'assassinio del giudice Giovanni Falcone.

Il capo di Cosa Nostra, Totò Riina, anticipando l'annientamento della Democrazia Cristiana, ordinò di eliminare i politici affini come Salvo Lima e i giudici Falcone e Borsellino, che avevano condannato centinaia di mafiosi nel maxiprocesso celebrato nella stessa sala dove ora fa le rivelazioni Ciancimino.

Vito Ciancimino condusse una trattativa fino a che non fu arrestato e incarcerato nel dicembre del 1992, ha ripetuto questo martedi il teste. Furono mesi drammatici, che finirono con la Prima Repubblica e con l'estinzione di tutti i partiti tradizionali. E il sindaco palermitano giocò un ruolo cruciale nell'arresto di Riina. "Convinto che Riina fosse diventato matto, mio padre collaborò per la sua cattura convincendo Bernardo Provenzano affinché lo consegnasse. Non fu facile, perché Provenzano non amava il tradimento", ha affermato Ciancimino.

Suo padre negoziò l'arresto del capo dei capi in varie riunioni svoltesi tra l'agosto e il novembre del 1992, tanto con Provenzano quanto con i carabineri (il colonnello Mori e il capitano De Bonno, imputati di favoreggiamento alla mafia in questo stesso processo) e con un agente dei servizi segreti non identificato.

"Chiediamo ai carabinieri le mappe di Palermo con le linee del telefono, gas ed energia elettrica, mio padre le fece arrivare in due tubi gialli a Provenzano e costui segnalò il luogo dove si nascondeva Riina", ricorda Ciancimino Junior. "In cambio del suo contributo per la cattura, Provenzano ottenne una forma di impunità. Mio padre spiegò ai carabinieri che l'unica persona che podeva imprimire una nuova direzione alla strategia di Cosa Nostra e porre fine agli attentati era Provenzano, e perciò doveva rimanere in libertà".

Dopo la cattura di Riina, Provenzano rimase libero fino al 2006. La ragione, afferma il figlio dell'ex sindaco democristiano, è che la trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato è continuata nel tempo, ma con un nuovo interlocutore: il cofondatore di Forza Italia, braccio destro di Silvio Berlusconi e senatore del Popolo della Libertà, Marcello Dell'Utri.

"Dopo l'arresto di Riina e quello di mio padre, Dell'Utri sostituì Vito Ciancimino nella trattativa con Cosa Nostra. Dell'Utri e Provenzano mantennnero relazioni dirette", ha affermato. "Me lo disse mio padre, al quale glielo confermò il capo della mafia".

Secondo un pizzino letto questo martedì nel tribunale, Provenzano trattò con Dell'Utri la possibilità del condono della pena all'ex sindaco quando questo stava nel carcere di Rebibbia ammalato.

Altro punto riguardo all'accordo mafia-Stato, secondo Ciancimino, supponeva che il nascondiglio di Riina non fosse stato perquisito dopo il suo arresto. La ragione che Riina soleva addurre era che, se lo avessero arrestato, la polizia avrebbe trovato nella sua casa documenti sufficienti per fare "affondare l'Italia".

"Mio padre si sentiva indirettamente responsabile dell'attentato di Vía D'Amelio, nel quale morirono (luglio del 1992) Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta", dice Ciancimino. Secondo il suo parere, Riina fu spinto a continuare l'ondata di attentati da qualcuno che rimaneva sempre nell'ombra. "C'era una persona che faceva pressioni su Riina, dicendogli di continuare con le mattanze. Provenzano e mio padre erano contrari a questo modo di agire". I magistrati leggono in aula un altro pizzino inviato da Provenzano a Ciancimino, riferito a Riina: "il nostro amico è pressato oltre misura da un grande imprenditore ( arquitecto)", si legge nel papello.

Articolo originale Provenzano entregó a Riina a cambio de su impunidad (Articolo di Miguel Mora - Roma - 02/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)

sabato 12 dicembre 2009

Chi incastrerà Berlusca Rabbit?


Durante la Prima Repubblica, corrotti e corruttori praticavano l'arte dello scaricabarile, il cui caproespiatiorio è reppresentato emblematicamente da Craxi, mentre ora in questo governo mafio-ladro della Seconda Repubblica, si sostengono l'un l'altro (o l'un ladro, se vogliamo), vicendevolmente, facendo causa comune inter nos. Il motto è: corruttori e corrotti di tutto il mondo unitevi. Forse per questo il Berlusca sfaccenda per le lande forestiere cercando in tutti i modi una coalizione ad ampio raggio. Non è una barzelletta, contano anche e sopratutto le eminenze grigie che tessono nell'ombra, poca importa se rientrano o meno nell'ambito dei confini nazionali. Due piccioni con una sola fava, dato che evita in questo modo anche i processi a suo carico. Non è mica scemo, è una persona intelligentissima quanto scaltra, il nostro beneamato e odiato premier. Gli appoggi esterni gli sono utilissimi, vista la paradossale disistima popolare che ha questa maggioranza parlamentare. (Dico paradossale, poiché eletta democraticamente).

C'era una volta un uomo che si era fatto fare da sé, la cui ricchezza gli piovve un giorno dal cielo per virtù dello Spirito Satano. Era in odor di santità e di mafia non ne voleva sentir parlare, anche perché ce l'aveva in casa cosa nostra; Inoltre, anche se era un mezzo-uomo, si era fatto da sé tutte le donne con le tette migliori residenti nel paese, che lui e il suo entourage, una volta vagliate ben bene a 90 gradi, le restituiva alla libertà partitaria ministeriale o delle pari opportunità che dir si voglia. Le donne di una certa taglia e levatura amorale (agg. da amore), avevano così ormai raggiunto l'uguaglianza sotto la spada indeffessa del protettore che le proteggeva ulteriormente portandole in auge al parlamento, sotto gli occhi languidi e le lingue penzoloni degli oppositori all'opposizione. Va da sé che parte dell'opposizione passò dalla sua parte, sperando in qualche avanzo di quel ben di Dio a cui non si poteva restare indifferenti e soprattutto a bocca asciutta. Tutte le femmine giovani e belle (e quindi intellgenti) accorrevano a frotte ai suoi festini sfarzosi, elargiti con generosità e magnificenza. Dopo l'esame minuzioso e il battesimo del fuoco, tutte potevano avere un posto rilevante nelle campagne elettorali e nell'immagine giovane e fresca di una nuova nazione, propaganda questa a cui teneva particolarmente, dato che non gli restava altro per rendersi in qualche modo incredibile. Dove aveva trovato tutti quei soldi?... era la domanda ricorrente che si percepiva dappertutto, e ripetuta all'infinito come un vecchio disco rotto, restava incollata sulla bocca degli oppositori, a altraggio della vita e dei trascosri del premier. Non si sa. Ma si sa però che la fede aiuta, la fideiussione anche, le banche a volte agevolano, il padre (santo o no) anche. Ma, in un modo o nell'altro, questa ricchezza suscitava non poche invidie e gelosie. Tutti ne volevano un pezzo. Così Silvio d'Arcore si vide costretto di nuovo alla divisone dei pani e dei pesci. Miracolato Dei Grazia per i pochi, e per la disgrazia dei più che, nonostante tutto, lo votavano ed erano a lui devoti. Soddisfece dunque la famelicità dei suoi partner aziendali della Governativa Italia S.p2.a. Ma c'erano molti che lo volevano far finire nel fango, fra cui le toghe rotte e tutti quelli che la pensavano diversamente, ovvero: tutti quelli che ancora pensavano. Il pensiero è eversivo per natura, e può rendere consapevoli, colpevoli del peccato originario: cogito ergo conosco. A ciò sopperiva già la par condicio, ma ormai non era più affidabile. Il pensiero è verdiano e va su ali dorate. No, era un rischio che non poteva correre, doveva presto approntare un DDL, già abbozzato dal suo fedeli, ormai veterani del premier, Alfano e Ghedini, per l'abolizione del diritto di pensiero sia esso o no libero (questo a solo scopo cautelativo). I pensatori, specialmente quelli fai da te, dovevano chiedere i permessi necessari agli organi statali preposti e predisposti a tutto per i controlli sociali garanti della par condicio e della privacy del premier. Uno non può pensare quello che vuole; si rischia di pensare male addirittura del presidente, e questo non è tollerabile. Oltrettutto, anche la volontà è eversiva.

Non riusciva a finalizzare però il suo eroico intento. Perseguitato dai codici civili e penali e da quelli non meno penosi della vecchia normativa costituzionale che lo impedivano nei movimenti volontari e in quelli involontari, puntualmente registrati dal senso oppressivo manifestato nelle sue gaffe. Lui, uomo di palle, tentava eroicamente in gesti estremi, di aggirarne i vincoli e le ristrettezze concettuali storicamente radicate. Cercò di invertire il senso logico della logica, onde far fessi il contraddittorio che cercava insistente di ragionare con lui e anche senza di lui. L'opposizione, in cerca del filo logico perduto, rimaneva stressata dal suo stesso sforzo nel capire il senso del discorso che cercava di elaborare, restando inane e impotente, mentre il nano spadroneggava per territori più consoni alla sua indole libertina, la cui logica non era la logica ma il suo stesso istinto di sopravvivenza: non amava la prigionia, ecco tutto. Gli osservanti dei codici vedevano di malocchio lui e i suoi populisti della libertà che cercavano in tutti i modi di modificare il senso e la direzione dei codici. La sua era una lotta per la libertà, cioè per non finire in galera. Ma egli, costi quel che costi, imperterrito, non rimase con le mani in mano; si diede da fare. Per fortuna i suoi stretti collaboratori di giustizia non erano colabrodi come i faccendieri sfaccendati dell'opposizione, ormai preda del loro stesso parlarsi addosso: facevano della vera opposizione, ma a loro stessi.

Di Pietro si rodeva dalla rabbia e sparlava fra sé e sé ad alta voce, addirittura urlando come un forsennato, in parlamento e per le strade: "ma questo che ci'azzecca?.. invece di sta' 'n galera, sta 'm barlamendo e si fa ppure le leggi come cazzo gli pare, inzieme ai suoi comblici e porta pure i delinguendi e la maffia in parlamendo. È un latitande, è un latin lover; che ci'azzecca?..." Nella sua foga giustizialista, l'ex di mani pulite, non si rendeva conto che, in questo clima di par condicio imperante e imperforabile, era uno dei pochi a pensarla in questo modo, anzi era uno dei pochi a pensare. Ormai nessuno più pensava. Era troppo stressante e controproducente. L'opposizione da tempo aveva ormai preso le distanze dalla sua funzione storica e non faceva neppure opposizione a se stessa.