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venerdì 26 febbraio 2010

Nunzio vobis maestitiam magnam: hanno prescritto n'antra vorta er Papi



"Non sembra essere in dubbio che il reato corruttivo è avvenuto con la comunicazione da parte di emissari di Bernasconi nei confronti di Mills della disponibilità della somma" (Gianfranco Ciani, sostituto procuratore generale) 1.


Accidenti a li quattrini! Se non ci'hai sordi finisci 'n galera solo per ave' rubbato na gallina.

Prescritto non vuol dire innocente. La colpevolezza resta.
"La prescrizione non è un'assoluzione, ma un proscioglimento tecnico per motivi solamente procedurali: l'avvocato inglese David Mills, dunque, è colpevole di essersi fatto corrompere con 600 mila dollari per favorire l'imputato Berlusconi in due processi (tangenti alla Guardia di Finanza; fondi neri Fininvest - All Iberian), ma non può più essere punito, perché ha incassato la tangente più di dieci anni fa. Della condanna di primo grado, che era stata confermata anche in appello, resta valido solo il risarcimento civilistico del danno morale (che non cade in prescrizione): Mills dovrà versare 250 mila euro allo Stato italiano, che per legge, paradossalmente, è rappresentato nel processo dalla presidenza del consiglio dei ministri". (Paolo Biondani su L'Espresso2)

RIDONO DI NOI...

EL PAÍS

La Cassazione dichiara prescritto il 'caso Mills'

Articolo originale "El Supremo italiano declara prescrito el 'caso Mills'" di Miguel Mora, Roma, 26/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)

La corte suprema italiana ha annullata ieri la condanna per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills per avvenuta prescrizione del reato. L'avvocato britannico era stato considerato colpevole nelle due prime istanze giudiziarie e condannato a quattro anni e mezzo di carcere per avere incassato 600.000 dollari (450.000 euro) da Silvio Berlusconi per favoreggiamneto in due processi celebrati negli anni novanta.

Secondo la Corte Suprema, Mills commise il reato, vale a dire, mentì nelle sue dichiarazioni riscuotendo successivamente per questo una bustarella di Berlusconi, ma il reato di corruzione in atti giudiziari si consumò l'11 novembre del 1999 e non nel febbraio del 2000, come sostenuto nelle precedenti sentenze, per cui essendo trascorsi ormai 10 anni, la legge, per tale lasso di tempo, considera estinto il reato.

Per la corte, la data esatta dell'avvenuta corruzione si produsse nel momento in cui gli emissari di Carlo Bernasconi (dirigente di Fininvest, ormai deceduto) comunicarono a Mills di avergli depositato in un fondo i 600.000 dollari in azioni, e non quando l'avvocato dispose finalmente del denaro sul suo conto personale.

La salomonica sentenza sottintende una vittoria di Pirro sia per l'avvocato che per il primo ministro, poiché si considera comunque provato che costui corruppe Mills, creatore dell'intelaiatura di compagnie off shore della Fininvest.

Conseguenze per Berlusconi

Il processo aperto contro Berlusconi sortirà adesso probabilmente senza nessun effetto. La causa contro il primo ministro, per lo stesso reato imputato a Mills, fu separata da questa dopo l'approvazione, l'anno scorso, della legge sull'immunità che impediva di processare le alte cariche dello stato e che alla fine venne dichiarata incostituzionale.

Sebbene il processo a Berlusconi fosse stato sospeso nel corso di un anno, la prescrizione arriverebbe tuttavia nel novembre prossimo venturo, secondo la tesi della Corte Suprema, il che lascia soltanto alcuni mesi prima che si arrivi a una sentenza definitiva. Berlusconi si libererà così, come in altre occasioni in passato, dalla possibilità di esser condannato grazie alla prescrizione.

Durante l'udienza, il procuratore generale della Corte Suprema, Gianfranco Ciani, sottolineò l'assenza di motivazioni atti ad assolvere Mills dal reato contestato in base al "contenuto" dei fatti provati. Per questo, ironicamente, la Corte Suprema lo condanna a indennizzare con 250.000 euro il Governo "per avere pregiudicato l'immagine della giustizia italiana".

Links utili

domenica 7 febbraio 2010

Il piazzista d'Arcore piazza l'Italia tra i PIGS




RIDONO DI NOI...

EL PAÍS

Reportage: Le conseguenze della crisi italiana

Comodi in pieno temporale

Il paese ha sofferto meno la recessione tramite il sostegno del risparmio familiare, della prudenza fiscale e di un deficit contenuto

Articolo orignale "Cómodos en plena tormenta" di Miguel Mora - Roma - 07/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)

L'Italia ha ceduto all'Irlanda la lettera I di PIGS (acronimo le cui iniziali di Portogallo, Italia, Grecia e Spagna formano la parola “maiali” in inglese). Dopo aver perso il 5,2% del PIL nel 2009, oggi è il Paese in testa alla ripresa. Lo mostra l'indice fornito dall'OCSE, e lo ha ricordato ieri Silvio Berlusconi, che ha approfittato per segnalare che “in Europa ci sono vari paesi in una situazione abbastanza preoccupante - afferma - ma noi ci siamo difesi meglio di tutti gli altri. Grazie al fatto che il Governo lavora per il bene degli italiani”.

La realtà, tuttavia, non si conforma del tutto agli slogan propagandati. Alcuni analisti sottolineano che l'Italia sta così disastrata da tanto tempo e cresce in modo endemico così poco, che le sarebbe difficile peggiorare. Altri sottolineano che il Paese (come la nazionale azzurra) dà sempre il meglio di sé nella crisi, perché si sente nella sua salsa. Forse sarà un problema di percezione. L'Italia è un caso a parte in quasi tutto. Ieri, il primo ministro si vantava di avere abbassato le tasse; l'opposizione replicò con dati alla mano che è una “presa in giro”, poiché esse sono in realtà aumentate.

È certo che l'Italia ha subito meglio la recessione rispetto ai suoi vicini, aiutata dall'alta tassa sui risparmi delle famiglie, dalla prudente politica fiscale e da un deficit del 5% nel 2009. Il ministro Giulio Tremonti ha mantenuto il rigore dei conti facendo di necessità virtù, dato che il gigantesco debito vola verso gli 1,8 miliardi di euro (il 116% del PIL).

Ma la crisi ha sferzato con durezza imprese e lavoratori, e ogni giorno si vedono più scene di scontento sociale nel Paese. Lavoratori che dormono sui tetti delle fabbriche, il venerdì sciopero generale in Sardegna, manifestazioni contro le chiusure del colosso dell'alluminio Alcoa, del call center dell'Eutelia o della fabbrica della Fiat in Sicilia [Termini Imerese] … Il Paese ha perso 700.000 posti di lavoro in nove mesi, a cui bisogna sommare i salari e il tasso di occupazione femminile più basso d'Europa.

Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha riassunto la strategia applicata dall'Esecutivo: “Rigore nei conti e zero sostegno alle imprese”.

Articolo orignale "Cómodos en plena tormenta" di Miguel Mora - Roma - 07/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)

mercoledì 3 febbraio 2010

Legittimo impedimento alla Giustizia (Leggi ad libertatem)



Questa è buona! Il legittimo impedimento, consentirebbe ai ministri di evitare i processi pendenti a loro carico, perché troppo impegnati nel loro lavoro... Fino adesso li abbiamo visti indaffarati a far approvare leggi e leggine ad personas, a fare affari con l'industria farmaceutica dei vaccini, a privatizzare anche i beni di prima necessità, a far costruire centrali nucleari contro la volontà popolare già espressa in modo inequivocabile in un precedente referendum, a stabilre la lunghezza della coda e delle orechie dei cani domestici, a mettere il bavaglio alla Rete, ad accentrare l'informazione nelle mani della maggioranza, a evadere le sedute in Parlamento... Non per niente l'onorevole (uno dei pochi a potersi fregiare del titolo di onorevole) Antonio Di Pietro, nelle sue arringhe, rivolgendosi al primo assenteista in assoluto, lo apostrofa(va) come "signor Presidente del Consiglio che non c'è, latitante". Ha ragione Corrado Guzzanti quando dice che "Berlusconi bisogna prenderlo sul serio. C'è gente che si ammazza di lavoro 20 ore al giorno per distruggere questo Paese. Perché non vogliamo prenderlo sul serio?..." Lavorano, eccome se lavorano.


RIDONO DI NOI...

THE GUARDIAN

La Camera affronta la legge che consente di rinviare i processi a carico di Berlusconi

Articolo orginale "Italian lower house backs law to delay Berlusconi prosecutions di Philip Pullella, Roma, mercoledì 3 febbraio 2010 (tradotto da Carlo Giordano)

Il disegno di legge sostiene il principio del 'legittimo impedimento', vale a dire che i ministri possono differire i processi a loro carico essendo 'troppo impeganti'

Il primo ministro italiano Silvio Berlusconi

Il primo ministro, Silvio Berlusconi, a Roma, 22 gennaio 2010, sei settimane dopo la ferita subita alla testa durante un attentato. Photografia: Stefano Carofei

La Camera ha approvato la legge che potrebbe effettivamente bloccare i processi a carico del primo ministro, Silvio Berlusconi, per 18 mesi, una manovra che l'opposizione considera un altro tentativo di evitare di farsi processare.

La Camera ha approvato la mozione con 316 votanti a favore e 239 contro. E adesso essa passerà al Senato.

Nota come legge del "legittimo impedimento", essa permette al primo ministro o ai membri del suo gabinetto di chiedere che le udienze del processo vengano rinviate per il fatto che essi sono troppo occupati dal lavoro che il governo si trova a svolgere.

Le udienze possono essere posposte tre volte per periodi di tempo che arrivano fino a sei mesi ciascuno, vale a dire che i due processi che Berlusconi attualmente si trova ad affrontare possono essere sospesi per un periodo massimo di 18 mesi.

La legge, che rimarrà in vigore per 18 mesi, dopo che sarà stata approvata dal Senato, di fatto toglie al giudice la possibilità di rigettare la richiesta di rinvio.

Il capo dell'opposizione del centro-sinistra (?), precedente magistrato che lottava contro la corruzione, Antonio Di Pietro, lo definisce "l'assassinio della legalità".

Di Pietro afferma: "C'è da dire che si è legittimamente impediti [a intervenire a un processo] quando ci si è rotti una gamba e si resta in ospedale; altra cosa è dire 'io sono ministro e il mio lavoro mi impedisce di andare in un aula di tribunale'".

D'altra aparte, Fabrizio Cicchitto, leader del partito di Berlusconi alla Camera, afferma che senza la legge, Berlusconi avrebbe trascorso molti giorni e settimane in tribunale.

Il partito democratico, il più grande dell'opposizione, insieme al partito dell'Italia dei Valori, ha votato contro. La piccola Unione dei Democratici Cristiani (UDC) si è astenuta.

Articolo orginale "Italian lower house backs law to delay Berlusconi prosecutions di Philip Pullella, Roma, mercoledì 3 febbraio 2010 (tradotto da Carlo Giordano)




DI TUTTO DI PIU'...

EL PAÍS

I deputati italiani approvano la legge-ponte che salva Berlusconi dai processi

Articolo orginale Los diputados italianos aprueban la ley-puente que salva a Berlusconi de los juicios di Miguel Mora - Roma - 03/02/2010 (tadotto da Carlo Giordano)

I deputati italiani approvano la legge-ponte che salva Berlusconi dai processi. Adesso tocca al Senato discutere la norma "del legittimo impedimento", que garantisce al primo ministro e ala suo Gabinetto la possibilità di non essere processati mentre occupano il loro posto fino a che non venga approvata una legge costituzionale per l'immunità.

L'iniziativa, che ora passa al Senato, consta soltanto di due articoli e garantisce che il primo ministro e i suoi ministri non possano essere processati mentre occupano il loro posto, "allo scopo di consentire loro un sereno espletamento delle loro funzioni". Dopo la votazione - 316 voti a favore, 239 contrari, e 40 astensioni -, ci furono fischi, lanci di oggetti, cartelli ("Casta degli intoccabili", "Costituzione violata") e rissa generale.

La maggioranza di centro-destra si è vista costretta, considerata la sua fretta di ratificare la norma, ad accettare decine di eccezioni alla legge che furono proposte in modo provocatorio e fantasioso dall'opposizione. Così, restano escluse le feste patronali e le fiere do ogni provincia italiana, le riunioni di partito, diverse tipologie conferenze stampa o l'incontro annuale di Comunione e Liberazione. Tutte queste date non costituiranno legittimo impedimento e non potranno essere invocate per prorogare i processi. La legge non contempla nemmeno bloccare i processi in cui Berlusconi e i suoi ministri siano parte lesa.

Il leader dell'opposizione, Pierluigi Bersani, ha usato toni inusualmente duri per spiegare il voto contrario del suo gruppo. "Fino a oggi, un primo mionistro imputato che non si fosse presentato a un processo doveva giustificarne la ragione. D'ora in poi può andare al tribunale perché deve lavorare serenamente. (...) [Silvio] Berlusconi non vuole essere processato e intanto lascia il paese incastrato, bloccato nel suo scontro con la giustizia. Queste scorciatoie su misura generano in molti italiani repulsione e indignazione".

Fabrizio Cicchitto, portavoce della maggioranza, ha replicato che "la legge risponde a una vecchia questione italiana: l'uso politico della giustizia. La sinistra crede sia un'arma più per liquidare l'avversario politico. Berlusconi ha subito continui attacchi fin da quando è entrato in política; il problema non sono i suoi casi privati bensì l'accanimento della magistratura".

Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori, rivolgendosi all'assente Berlusconi: "Lei e la sua maggioranza approvano oggi una leggina che è la sua ennesima decisione immorale e incostituzionale. Solo in un paese barbaro e dittatoriale succedono cose simili. Anche i bambini se ne rendono conto. È una legge umiliante per le istituzioni, il Parlamento, il paese e i cittadini. Per raggiungere il suo scopo, obbliga a venire a votare i suoi ministri che non vengono quasi mai in Parlamento. L'infermità etica di Berlusconi ha contagiato il Governo e può contagiare il paese intero".

L'Unione di Centro (UDC), che aveva sostenuta la legge-ponte come il male minore per evitare l'approvazione della norma del processo breve, che cancellerebbe migliaia di processi in corso, decise di astenersi perché la maggioranza non aveva ritirato la proposta aprovata al Senato. "In un paese normale, questa legge non verrebbe discussa. Ma per disgrazia questo non è un paese normale", dice il portavoce Vietti. "Il primo ministro si considera una víttima della persecuzione giudiziaria, e il Parlamento si dedica a seguire i suoi processi. Il re è nudo, e sotto processo mette sotto scacco le istituzioni. Questo consente di accantonare i suoi processi, non li cancella. Senza questo alibi, dovrà governare e affrontare i problemi gravi del paese, non potra sfuggire dalla crisi con i suoi processi, e dovrà riformare la Giustizia".

Secondo il capo delle file della Lega Nord, Roberto Cota, non vi è motivo di scandalo. "Francia, Stati Uniti, Spagna e Germania hanno leggi simili. Il Governo deve poter governare perché è stato eletto dal popolo per questo".

Articolo orginale Los diputados italianos aprueban la ley-puente que salva a Berlusconi de los juicios di Miguel Mora - Roma - 03/02/2010 (tadotto da Carlo Giordano)

P.S. - Il piduista Fabrizio Cicchitto, nella sua smemoratezza galoppante, non contempla il fatto che Berlusconi avesse già problemi con la Giustizia ancor prima che entrasse in politica.

L'odore dei soldi di Berlusconi



Io mi chiedo, se la provenienza dei soldi di Berlusconi (tutte quelle holding, fiduciarie, tutti quei prestanome, quei passaggi poco chiari di denaro, ...) all'inizio della sua carriera (e non solo) sono leciti, perché allora evita i processi come la peste? Perché si fa confezionare leggi e leggine su misura? Più di qualche maleintenzionato, che non abbia ancora la testa privatizzata dal suo governo (ladro?) e non ancora formattatta secondo i cannoni delle televisioni di sua proprietà, potrebbe pensar male, visti i trascorsi, i legami con esponenti mafiosi, lazzi e intrallazzi vari, e dire: costui non me la conta giusta... Male non fare Giustizia non temere.

RIDONO DI NOI...

EL PAÍS

La Mafia entró in affari con Berlusconi, secondo un teste

Articolo originale La mafia entró en los negocios de Berlusconi, según un testigo (Articolo di Miguel Mora - Roma - 02/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)

Silvio Berlusconi Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, ha fatto dichiarazioni ieri nell'aula bunker del carcere di Palermo davanti ai giudici che investigano sulla trattativa tra i servizi segreti e la mafia siciliana agli inizi degli anni novanta. Ciancimino assicura che suo padre e altri capi di Cosa Nostra investirono in Milano 2, il progetto immobiliare con il quale il giovane Silvio Berlusconi iniziò la sua carriera di successo negli anni settanta. "Mio padre era in affari con mafiosi di grande capacità imprenditoriale, come Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura" - riferisce [Massimo Ciancimino]. "Insieme investirono denaro in un grande progetto nella periferia di Milano, conosciuta successivamente come che Milano 2".

Il figlio del democristiano corleonese, politico affiliato di Cosa Nostra, spiega che l'informazione l'ebbe direttamente da suo padre (fu il suo segretario personale nel corso degli anni) e attraverso la lettura dei documenti che il politico depositò in diverse casseforti prima di morire nel 2002. La procura di Palermo ha fornito al processo questa documentazione.

Smentita ufficiale

Niccolò Ghedini, avvocado di Berlusconi e parlamentare del Popolo della Libertà, ha emesso una nota nella quale afferma che le dichiarazioni del figlio di Ciancimino sono "completamente carenti di fondamento e di logica" e annuncia una querela per diffamazióone. "Tutto il denaro impiegato nel progetto proveniva da fonti assolutamente lecite", sottolinea Ghedini.

Ciancimino è il teste chiave nel processo aperto contro due ex capi dei servizi segreti, il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di non avere arrestato il capo siciliano Bernardo Provenzano il 31 ottobre del 1995.

Secondo Ciancimino, Provenzano non fu arrestato e rimase libero fino al 2006 perche era protetto dall'accordo raggiunto tra mafia e Stato nel quale aveva fatto da intermediario suo padre. Il teste racconta che lui stesso consegnava i pizzini (messaggi su foglietti) che si scambiavano suo padre e Provenzano, e che il boss venne a visitare numerose volte la sua casa romana quando suo padre si trovava agli arresti domiciliari, tra il 1999 e il 2002.

Secondo Ciancimino, la trattativa tra Stato e Cosa Nostra si prolungó dal maggio del 1992 (data dell'assassinio del giudice Falcone) al gennaio del 1993, poco dopo la cattura di Totò Riina. L'accordo prevedeva la fine dell'ondata di attentati in cambio di benefici per i boss mafiosi.

Articolo originale La mafia entró en los negocios de Berlusconi, según un testigo (Articolo di Miguel Mora - Roma - 02/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)




EL PAÍS

DI TUTTO DI PIU'...

Provenzano consegnò Riina in cambio della sua impunità

Continua la testimonianza del figlio del ex sindaco mafioso di Palermo. - "Dietro agli attentati di Falcone e Borsellino ci fu un 'grande imprenditore (arquitecto)'"
Articolo di Miguel Mora - Roma - 02/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)

Continua nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone di Palermo l'esplosiva dichiarazione giudiziaria di Massimo Ciancimino, figlio minore ed ex segretario personale del defunto sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Dopo le otto ore di interrogatorio del lunedì, il teste, di 47 anni, condannato in primo grado per riciclaggio di una parte dell'eredità di suo padre, ha proseguito raccontando questo martedi fin nei minimi dettagli la storia della mafia siciliana degli ultimi 25 anni.

Il suo racconto ricorda Quei bravi ragazzi, il film di Martin Scorsese. Solo che tratta della vita reale.

I trait d'union delle rivelazioni di Ciancimino, alla cui testimonianza i giudici conferiscono massima credibilità per la sua vicinanza ai personaggi e ai fatti, è la trattativa aperta tra parte dello Stato italiano e Cosa Nostra nel maggio del 1992, dopo l'assassinio del giudice Giovanni Falcone.

Il capo di Cosa Nostra, Totò Riina, anticipando l'annientamento della Democrazia Cristiana, ordinò di eliminare i politici affini come Salvo Lima e i giudici Falcone e Borsellino, che avevano condannato centinaia di mafiosi nel maxiprocesso celebrato nella stessa sala dove ora fa le rivelazioni Ciancimino.

Vito Ciancimino condusse una trattativa fino a che non fu arrestato e incarcerato nel dicembre del 1992, ha ripetuto questo martedi il teste. Furono mesi drammatici, che finirono con la Prima Repubblica e con l'estinzione di tutti i partiti tradizionali. E il sindaco palermitano giocò un ruolo cruciale nell'arresto di Riina. "Convinto che Riina fosse diventato matto, mio padre collaborò per la sua cattura convincendo Bernardo Provenzano affinché lo consegnasse. Non fu facile, perché Provenzano non amava il tradimento", ha affermato Ciancimino.

Suo padre negoziò l'arresto del capo dei capi in varie riunioni svoltesi tra l'agosto e il novembre del 1992, tanto con Provenzano quanto con i carabineri (il colonnello Mori e il capitano De Bonno, imputati di favoreggiamento alla mafia in questo stesso processo) e con un agente dei servizi segreti non identificato.

"Chiediamo ai carabinieri le mappe di Palermo con le linee del telefono, gas ed energia elettrica, mio padre le fece arrivare in due tubi gialli a Provenzano e costui segnalò il luogo dove si nascondeva Riina", ricorda Ciancimino Junior. "In cambio del suo contributo per la cattura, Provenzano ottenne una forma di impunità. Mio padre spiegò ai carabinieri che l'unica persona che podeva imprimire una nuova direzione alla strategia di Cosa Nostra e porre fine agli attentati era Provenzano, e perciò doveva rimanere in libertà".

Dopo la cattura di Riina, Provenzano rimase libero fino al 2006. La ragione, afferma il figlio dell'ex sindaco democristiano, è che la trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato è continuata nel tempo, ma con un nuovo interlocutore: il cofondatore di Forza Italia, braccio destro di Silvio Berlusconi e senatore del Popolo della Libertà, Marcello Dell'Utri.

"Dopo l'arresto di Riina e quello di mio padre, Dell'Utri sostituì Vito Ciancimino nella trattativa con Cosa Nostra. Dell'Utri e Provenzano mantennnero relazioni dirette", ha affermato. "Me lo disse mio padre, al quale glielo confermò il capo della mafia".

Secondo un pizzino letto questo martedì nel tribunale, Provenzano trattò con Dell'Utri la possibilità del condono della pena all'ex sindaco quando questo stava nel carcere di Rebibbia ammalato.

Altro punto riguardo all'accordo mafia-Stato, secondo Ciancimino, supponeva che il nascondiglio di Riina non fosse stato perquisito dopo il suo arresto. La ragione che Riina soleva addurre era che, se lo avessero arrestato, la polizia avrebbe trovato nella sua casa documenti sufficienti per fare "affondare l'Italia".

"Mio padre si sentiva indirettamente responsabile dell'attentato di Vía D'Amelio, nel quale morirono (luglio del 1992) Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta", dice Ciancimino. Secondo il suo parere, Riina fu spinto a continuare l'ondata di attentati da qualcuno che rimaneva sempre nell'ombra. "C'era una persona che faceva pressioni su Riina, dicendogli di continuare con le mattanze. Provenzano e mio padre erano contrari a questo modo di agire". I magistrati leggono in aula un altro pizzino inviato da Provenzano a Ciancimino, riferito a Riina: "il nostro amico è pressato oltre misura da un grande imprenditore ( arquitecto)", si legge nel papello.

Articolo originale Provenzano entregó a Riina a cambio de su impunidad (Articolo di Miguel Mora - Roma - 02/02/2010 (tradotto da Carlo Giordano)

giovedì 28 gennaio 2010

La Lega che ci sega (Brandelli d'Italia)



Art 1 della costituzione. L'Italia è un Repubblica demo-critica fondata sulla censura, sugli inciuci, sulla violenza, sul razzismo, sulla corruzione, ... La sovranità appartiene a chi se l'accaparra, esercitandola nei limiti e nelle nelle forme che più gli garba.


RIDONO DI NOI...

EL PAIS

Processati 36 affiliati della Lega Nord per la formazione di una banda armata in Italia

Tra gli accusati di sovversione separatista figurano un deputato e un sindaco

Miguel Mora - Roma - 25/01/2010
[Tradotto da Carlo Giordano da "Procesados 36 afiliados de la Liga Norte por crear una banda armada en Italia"]

Il sindaco di Treviso, Giampaolo Gobbo, il deputato Matteo Bragantini e altri 34 militanti della Lega Nord italiana sono stati citati in giudizio da un magistrato di Verona. Secondo l'accusa, le antiche 36 camice verdi - anteriori alla Guardia Nazionale Padana e alle recentemente legalizzate ronde cittadine - formavano parte di una associazione armata di carattere militare, "un apparato parallelo alle forze armate", il cui obiettivo era ottenere la secessione dall'Italia.

Il processo di questi affiliati, che da 14 anni formavano parte delle camice verdi, era stato rimandato varie volte per cavilli tecnico-giuídici, e inglobava inizialmente i leader della Lega Nord, tra cui gli attuali ministri Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli.
In dicembre, i tre dirigenti del Governo di Silvio Berlusconi, ex eurodeputati e parlamentari, furono alla fine esentati dalle investigazioni a loro carico da parte della magistratura grazie a una risoluzione del Parlamento, che negò al giudice l'autorizzazione a procedere contro di loro, e tramite un giudizio espresso da dalla Corte Costituzionale.

Adesso, gli imputati, in maggior parte lombardi e veneti, ma anche del Piemonte, Friuli e Liguria, rischiano pene che oscillano dai 5 ai 10 anni di carcere. Secondo l'accusa, tra il 1996 e il 1997 la Guardia Nazionale Padana fu "addestrata militarmente con l'obbiettivo di organizzare la resistenza e pianificare un'eventuale secessione del territorio del nord Italia attraverso una organizzazione armata".

Le indagini riguardanti il caso sono state lunghe e agitate. Nel 1996, durante una perquisizione ordinata dalla procura in una sede delle camicie verdi a Milano, Maroni, tentó di mordere la gamba di un poliziotto. Fu condannato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale a otto mesi di prigionia, sebbene nel 2004 il trbunale ne mitigò la pena alla sola multa di 5.000 euro.

Il ministro dell'Agricultura, Luca Zaia, candidato alla presidenza del Veneto nelle elezioni regionali del marzo scorso, è stato molto critico riguardo al verdetto. "La giustizia dovrebbe occuparsi di altre cose e non di fatti successi in tempi lontanissimi. Dobbiamo pensare alla distanza che intercorre tra quello che fanno i giudici e ciò che sperano i cittadini".

Tra gli imputati non figura il polemico eurodeputado Mario Borghezio, che fu condannato due anni fa a cinque mesi di carcere insieme a sette camice verdi per avere incendiato "accidentalmente" un rifugio a Torino dove dormívano alcuni cittadini stranieri. La sopravvivenza dell'ideología violenta e razzista nella Lega Nord è il tema del documentario Camicie verdi, bruciare il tricolore. Lo realizzò nel 2006 il reporter Claudio Lazzaro, e ha subito la censura delle televisioni italiane.

Tradotto da Carlo Giordano da "Procesados 36 afiliados de la Liga Norte por crear una banda armada en Italia" (articolo di Miguel Mora, su El País, 25/01/2010)