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domenica 14 febbraio 2010

Conferenza sulla: "ECOMAFIA"



Intervento Gianni Lannes - Chi ha paura della Rete? (video caricato il 27 dicembre 2009)

Lunedi 15 febbraio ore 18:30 Auditorium del Comune di Trinitapoli si parlerà di ECOMAFIA - (Vai alla notizia)

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Un punto dell'economia: la presenza della politica

Video e testo sono stati prelevati dal blog dell'Italia dei Valori http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/... - articolo di Sandro Trento


Autore Sandro TrentoSandro Trento

Leggendo i giornali scopriamo che prima la Grecia e ora la Spagna stanno entrando nel mirino dei grandi investitori internazionali.
I grandi investitori americani parlano di PIGS, "porci" in inglese ma anche "Portogallo – Italia – Grecia – Spagna". Di fronte a questi eventi, di fronte al rischio di una crisi finanziaria molto rilevante che possa colpire Paesi a noi vicini, la Grecia e la Spagna, abbiamo il paradosso di un Paese che ha bloccato per settimane intere risorse del Parlamento per discutere di questioni che non hanno nulla a che vedere con l'emergenza economica, ma di leggi che interessano al Presidente del Consiglio.
Nella mozione presentata dal Presidente Antonio di Pietro al Congresso nazionale è presente un affermazione che potrebbe sembrare paradossale: “il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi”. Qualcuno direbbe che Berlusconi è il difensore del mercato in questo Paese, ma è un equivoco pensare che il centrodestra sia il partito che difende il mercato e la concorrenza. In queste settimane sono usciti dei volumi molto interessanti sul ministro Tremonti, da cui si scopre come il ministro possiede una cultura anti mercato, contro la globalizzazione, contro l'apertura internazionale, contro la Cina, contro la concorrenza, è un nostalgico della proprietà pubblica, affermando che si stava meglio quando c'era l'IRI, ed è un nostalgico delle banche pubbliche (guarda caso fu una banca pubblica, la BNL a guida socialista, la prima banca che finanziò Berlusconi nella costruzione di Milano 2).
Il paradosso italiano è che le forze di centrodestra, che apparentemente dovrebbero richiamarsi ai principi del mercato e della concorrenza, hanno un impostazione culturale di stampo statalista, dove si rivendica maggior intervento pubblico, contrastando la concorrenza e l'apertura dei mercati. A questo si associano altri elementi preoccupanti, come lo scarso rispetto di una democrazia costituzionale. L'idea che l'unica fonte di legittimazione sia il voto popolare, e quindi accusare una serie di organismi intermedi, come la magistratura, la Corte costituzionale e le autorità di vigilanza, di non essere legittimati è un concetto del tutto assente dalla tradizione liberale e democratico liberale occidentale.
Un altro elemento preoccupante riguarda il principio della laicità dello Stato. In questo momento siamo di fatto l'unica forza del Parlamento che fa della laicità dello Stato un cardine fondamentale del proprio programma di governo. E' a rischio la libertà religiosa, qualcuno vorrebbe un Paese diviso tra due, tre fondamentalismi che si scannino l'uno con l'altro, si è impedito di fare ricerca con le cellule staminali, precludendo possibilità di innovazione tecnologica, e si intende impedire alle persone di scegliere la propria sorte nei momenti terminali della propria vita.
Il principio di rispetto delle regole costituzionali, il principio di laicità e il principio di centralità del mercato sono tre elementi che fanno della destra italiana un anomalia nel panorama internazionale, europeo e occidentale.
Affermare che il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi significa che in questo momento, in Italia, si devono rivedere una serie di norme e regole di comportamento individuale. Molte delle nozioni tradizionali della sinistra italiana ed europea non sono più utilizzabili per affrontare la crisi in cui versa l'Europa e l'Italia in particolare.
Penso alla questione della proprietà pubblica, che nella storia recente italiana è stata fonte di corruzione e di inefficienza. Pensate alle vicende dell'Enimont, alle vicende dell'Eni, e pensate a quanto è costato e continua a costare all'Italia la liquidazione dell'IRI. Salto sulla sedia quando sento che uno dei leader del principale sindacato italiano invoca la nazionalizzazione di fronte alla crisi dell'Alcoa. Abbiamo già dato, questo tipo di soluzioni non funzionano, non è questa la strada per far fronte alla crisi economica. La proprietà pubblica è fonte di corruzione, di inefficienza, di sperpero di denaro pubblico. La domanda è: come possiamo trovare nuovi acquirenti alle imprese in difficoltà? Il punto da cui partire è: come mai in Italia attiriamo pochi investitori internazionali? Come mai i grandi investitori internazionali non scelgono il nostro Paese per fare degli investimenti? Non credo ci sia un problema di colonizzazione, ne vorremo molti di più, la Germania e la Francia intercettano una quota molto rilevante di investimenti internazionali, e le ragioni per cui questi non investono i loro soldi in Italia sono le stesse per cui il nostro Paese è in crisi: la mancanza di infrastrutture, gli eccessivi dei tempi della giustizia, le inefficienze della burocrazia pubblica, l'eccessivo costo delle materie prime come l'energia, la scarsità di una forza lavoro qualificata, la scarsa qualità della nostra istruzione, e cosi via. Questi fattori fanno si che il nostro Paese, nel confronto con gli altri, venga scartato al momento di decidere dove investire le proprie risorse. Una moderna politica industriale incide su questi fattori, modificando la convenienza relativa di fare impresa in Italia o in un altro Paese.
Un altro punto importante da tenere in considerazione è la spesa pubblica, altra battaglia tradizionale della sinistra europea. Possiamo dire che la spesa pubblica non è la soluzione per affrontare e risolvere i problemi dell'economia italiana. Una delle ragioni è l'elevatissimo debito pubblico e il fatto che molte delle riforme e delle azioni che vi sto elencando non richiedono interventi di spesa pubblica. Questa rivoluzione liberale, che ritengo dovrebbe essere il cuore della nostra azione riformatrice, è rivolta essenzialmente a modificare una serie di regole e di comportamenti, che fanno riferimenti agli individui in tutte le loro accezioni.
Un altro elemento importante è il fatto che siamo un Paese nel quale la presenza della politica è troppo pesante nell'economia e nella società. Siamo un Paese nel quale gli imprenditori, per decidere gli investimenti che devono fare, si recano a Palazzo Chigi e ad intervistare politici prima di prendere una decisione. Pensate alle vicende delle scalate Telecom, pensate alle vicende Unipol e alle vicende Alitalia. Questa commistione tra politica ed economia è una commistione malata, una commistione che va rotta. Una rivoluzione liberale introduce il mercato come strumento di disciplina e di crescita economica, non la politica e Palazzo Chigi. Gli imprenditori, in un Paese normale, decidono i loro investimenti a prescindere da quello che decide Palazzo Chigi.
Questo “eccesso di politica” fa riferimento anche a un nodo fondamentale nel funzionamento di un economia di mercato: l'informazione. Siamo uno dei pochi Paesi nei quali gran parte dell'informazione non sono indipendenti. Non parlo solo della televisione, ma anche della stampa, e lo viviamo sulla nostra pelle: come partito pubblichiamo programmi, facciamo interventi, stiliamo documenti, che vengono sistematicamente ignorati dalla stampa nazionale. Perché? Perché anche in questo caso c'è una commistione tra blocchi di potere e proprietà dei mezzi pubblici. Sarebbe necessaria una legge di separazione tra editoria, politica e potere economico.
Essere liberali non vuol dire voler smantellare lo Stato. In questo momento lo Stato italiano è troppo debole di fronte alle lobby economiche e troppo debole di fronte agli interessi privati. Siamo liberali e vogliamo uno Stato forte, che sia in grado di fare le funzioni che gli competono.

Video e testo sono stati prelevati dal blog dell'Italia dei Valori http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/... - articolo di Sandro Trento

sabato 13 febbraio 2010

Ambiente Italia: il governo Berlusconi e la ‘Ndrangheta





La querelle “Catania” in spregio alla trasparenza e alla verità è stata fabbricata dal governo Berlusconi ad arte per disorientare l’opinione pubblica e bloccarla in un vicolo cieco.Centinaia di navi imbottite di rifiuti chimici e soprattutto scorie radiottive, migliaia di droni (container) e numerosi penetratori giacciono nel Mare Mediterraneo (Adriatico, Ionio, Tirreno). Al Ministro Prestigiacomo: noi sappiamo e abbiamo le prove di questo disastro ambientale e sanitario. Faremo i conti in primavera quando spalancheremo agli occhi dell'opinione pubblica il noto vaso di Pandora! Ci può contare e si prepari al peggio.
     Leggi l'articolo (su Italia Terra Nostra)

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venerdì 12 febbraio 2010

L'informazione messa a tacere.



Pollai e Vespai


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Il Dodo e il Made in Italy




Testo intervento Eugenio Benetazzo.

"Un saluto a tutti i lettori del blog. Parlerò della cosiddetta teoria economica del Dodo, cos’è il Dodo? E' stato un simpatico pennuto colombiforme, alto grosso modo 50/60 centimetri, inetto al volo, vissuto durante fino al XVII secolo nell’isola delle Mauritius, è stato un ispiratore da parte di molti personaggi di lungometraggi animati e anche delle storie del fumetto della Walt Disney a cominciare da Alice nel paese delle meraviglie, a finire a Spennacchiotto, il famoso scienziato che faceva concorrenza a Archimede e aiutava la Banda Bassotti a derubare zio Paperone.
Perché parlo con l’imperfetto? Perché il Dodo non esiste ma esisteva? Perché il Dodo si è estinto, sembra nel 1681, anno nel quale si è verificato l’ultimo suo avvistamento e perché si è estinto il Dodo? Si è estinto a seguito dell’arrivo dei coloni portoghesi o olandesi nell’isola che introdussero nella fauna, specie antagoniste, come cani, gatti, conigli, suini che diventarono voracissimi delle uova del Dodo, quest’ultimo nidificava a terra, solitamente un uovo per esemplare e nel giro di 50 anni, si estinse perché le autorità di allora non pensarono, non concepirono il pericolo per questo simpatico bipede dell’ingresso di specie non autoctone. Il Dodo non aveva mai incontrato nell’isola specie che potessero creargli difficoltà o con il quale si potesse scontrare. Dodo ha questo nome in quanto gli è stato affibbiato dai portoghesi, questi ultimi utilizzarono un aggettivo nella loro lingua "Doudo" che significa ingenuo, perché i portoghesi che arrivarono all’isola e videro questo simpatico animale che si avvicinava a loro senza ostentare nella maniera più assoluta alcuna remora o peggio ancora nel restare a guardare che la sua stessa prole e le sue stesse nuova venissero fatte oggetto di preda. Ingenuamente il Dodo si è lasciato portare all’estinzione.
Cosa c’entra la teoria economica del Dodo con l’economia? C’entra e come, quello che è accaduto al Dodo, ahimè tristemente sta accadendo anche al Made in Italy. Pensiamoci un attimo, cosa sarebbe in termini di appeal turistico per l’isola delle Mauritius oggi la presenza del Dodo, un animale che esiste solamente lì, un po’ come il canguro per l’Australia e pariteticamente oggi noi abbiamo, che per il nostro Paese una straordinaria risorsa è un Made in Italy che esiste solamente qui, ancora per poco, visto che non abbiamo tanto da destra, tanto da sinistra, passando per il centro, una forza politica che si faccia portavoce di ideali di tutela, protezione e garanzia nei confronti di tutte quelle che oggi giorno sono le potenzialità inespresse del Paese. Il Made in Italy che ormai non vuol dire più nulla perché si fa il possibile per trasformare, per tentare di ricreare un prodotto rendendolo Made in Italy, ci sono fior di attività di manifattura in cui il grosso della produzione viene esternalizzato all’estero e poi per esempio per le scarpe, basta reimportare la suola, la tomaia e la calzatura, applicare l’etichetta in Italia e quello grazie a leggi che sono completamente scellerate, diventa un prodotto Made in Italy, quest’ultimo ha perso completamente il suo significato originario, oggi ha più senso chiamarlo Designed in Italy che è quello che sta accadendo, qui in Italia viene mantenuta l’attività di concezione del prodotto e poi la materializzazione, la produzione e il confezionamento viene realizzata altrove a miglia e miglia di distanza.
Quello che dovrebbe essere comprensibile da tutti è il fatto che in Italia i cosiddetti distretti industriali che sono la culla del Made in Italy stanno letteralmente venendo svenduti da chi ci sta governando, da chi ci ha governato prima. Non c’è una politica industriale volta alla protezione di queste che sono le nostre originalità e a distanza di quattro secoli, scopriamo che in Italia il pensiero del Dodo vive, vive negli italiani che ingenuamente lasciano e guardano che la loro originalità venga distrutta e portata all’estinzione.
In qualsiasi Paese del mondo andate, il marchio Made in Italy o se non altro il poter osteggiare merci e prodotti che sono marchiati con questa peculiare distinzione, è un vanto per chiunque li possa comprare o per chiunque li possa indossare. Rimango sbigottito e amareggiato per sentire come recentemente viene ostentata la fenomenale joint venture con il patrocinio con il Ministero dell’agricoltura in cui si permette a un’azienda, una corporation multinazionale come la Mc Donald’s, di unire i suoi prodotti a prodotti tipici locali del settore dell’industria agroalimentare italiana. Dal mio accento capite che sono di origine veneta e sono rimasto letteralmente angosciato nel vedere come esiste il "Mc Italy" , un hamburger in cui al posto della sottiletta di Emmental o di formaggio fuso americano c'è sottiletta di formaggio Asiago, come immagino molti di voi sanno, deriva dall’altopiano di Asiago in Provincia di Vicenza.
Manca nella maniera più assoluta al pari del Dodo, 4 o 5 secoli fa, la volontà in termini di governance politica di proteggere le risorse e le grandi opportunità che ha il nostro Paese, esclusivamente legate alla capacità di originare e creare prodotti che in nessun’altra parte del mondo esistono, noi italiani stiamo diventando una nuova razza di Dodi, di ingenui che accettiamo sommessamente questo destino che ci viene prospettato, è abbastanza ben definito ormai che c’è una volontà politica occulta, volta a una progressiva opera di deindustrializzazione del Paese e come dice Tito Boeri, da qui a 5, 6 anni avremo una perdita di potenziale manifatturiero tra il 40 e il 50%, significa milioni e milioni di posti di lavoro che in Italia non potranno più essere sostituiti! Auguro a tutti quanti che possa emergere e auguro anche a me stesso, dal basso, nei prossimi anni, una qualche forza, un qualche movimento popolare che si faccia forte nel difendere e soprattutto nel garantire la tutela di quella che è la grande risorsa che ha il Paese, che ha ancora forse per poco, da una parte il Made in Italy e dall’altra i distretti industriali che fino a un decennio fa, sono stati il vanto della intera industria in tutto il mondo! Grazie a tutti, buon proseguimento e ci vediamo la settimana prossima!".


DI TUTTO DI PIU'...



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